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Codice: 9788879690720

 

 Attraverso gli Appennini e le Terre degli Abruzzi

Paesaggio e vita contadina

 

descritti e disegnati da

Estella Canziani

 

Caratteristiche del volume:

Ft. 170x240 mm; 1995, 260 pp., con illustrazioni a colori e in bianco e neo, copertina rigida

€ 20,00

 

Questa traduzione del libro di Estella Canziani Attraverso gli Appennini e le Terre degli Abruzzi, completa degli originali disegni in bianco-nero e a colori, si compie ad oltre 80 anni dal suo viaggio in questa regione italiana. A chi vedesse nella riproposizione del suo testo un sussulto di curiosità antiquarie, bisognerebbe replicare che così non è o almeno non è stato nelle intenzioni dell'editore. Il testo della Canziani può, è vero, sembrare qualcosa del genere, una caccia al pictoresque, che ha sempre appassionato il mondo colto inglese sparpagliato ai quattro angoli del mondo ed assai sincero, per la verità, nel dichiarare dietro l'intima sicurezza di rappresentante d'una potenza coloniale, il genuino interesse verso l'esotico. L'assenza nel libro della Canziani di qualsiasi considerazione di ordine sociologico e politico, la sua naturale inclinazione a tradurre ogni cosa nella forma dell'arte e a cercare ovunque l'esternazione di forti sentimenti, quei sentimenti che la disciplina dell'età vittoriana voleva piuttosto celare e reprimere con la severità delle buone maniere, danno all'insieme l'aspetto d'una fiaba, la fiaba del mondo contadino e paesano degli Abruzzi, tanto più affascinante quanto più indietro nella storia le riusciva di rintracciare le fonti culturali, in sostanza addirittura all'età di mezzo, anzi ad un Medioevo tutto particolare quale è quello che, per non aver mai conosciuto la nascita e la vivacità della società borghese, appariva alla pittrice e scrittrice inglese il magnifico residuo storico di un'età archetipa dell'umanità, l'età d'una vita immersa nella natura epperò non selvatica, un mondo rimasto invariato da secoli, appena o punto scalfito ancora in quegli anni, alla vigilia della Grande Guerra, dalle novità moderne, il vapore, la grande industria, le concentrazioni urbane, che da tempo stavano cambiando irrimediabilmente il volto alla società inglese.

E sappiamo quanto la scrittrice italo-inglese era amante, per tradizione familiare e propria vocazione artistica, di quel mondo pittoresco e spontaneo rappresentato dalla società preindustriale, quel mondo che ella cercò di conservare ad ogni costo attorno alla sua abitazione londinese, ormai insidiata anch'essa dalla nuova urbanistica della capitale.

Diverso è l'interesse che muove oggi alla rilettura del suo viaggio in terra d' Abruzzi. Per i lettori italiani, più esattamente per i lettori Abruzzesi (ma per analogia il discorso si può ripetere per tutti) scorrere i quadri vivacissimi della vita di quei tempi, così diversa ad appena ottant'anni di distanza, costringe ad una meditazione di ordine politico-culturale e non solo ad un' evasione resa piacevole dalle attrattive del folklore locale: qual è il bilancio della modernità, così pesantemente sostituitasi al chiuso mondo contadino? di quale segno il trapasso dei valori che l'ha accompagnata? quali i vantaggi complessivi, culturali e sociali oltre a quelli evidenti della vita materiale? in che misura l'aumentato benessere concorre alla produzione di un soddisfacente senso dell'esistenza?

Il mondo naturale che ci circonda e nel quale, volenti o nolenti, dobbiamo condurre e costruire la nostra vita quotidiana, ha da esser ridotto ad una semplice miniera di materiali necessari ad un approvvigionamento sempre maggiore di beni, quindi ad un assoggettamento sempre più radicale ai poteri della tecnica, o sarebbe opportuno considerarlo anche per quell'ufficio che svolge di teatro della nostra esistenza, compagno delle esperienze più leggere e più profonde della vita intima e collettiva, mappa insostituibile dei nostri ricordi e delle nostre speranze? magazzino di materie prime e luogo di lavoro indefesso oppure, od anche, dimora ed oggetto dei propri sentimenti vitali?

Non c'è dubbio che la vita e l'ambiente descritti da Estella Canziani corrispondono più alla seconda scelta, una scelta certamente imposta dall'isolamento e dalle condizioni storiche di quella provincia italiana agli inizi del secolo, ma una scelta talmente partecipata e così intensamente vissuta dalle popolazioni di quel tempo, tanto sembra di dedurre dagli affreschi della nostra incantata visitatrice, che viene spontaneo, per quanto obiettivamente peregrino, il dubbio che si sia trattato piuttosto di una scelta consapevole ispirata ad un maggior gusto per la vita e i suoi eterni rituali, di un rifiuto cosciente della foggia del vivere moderno a seguito di una sorta di ispirata previsione dei suoi concomitanti indesiderati malanni.

Il cammino del progresso, conviene dire in altre parole, non è così lineare e positivo come si vorrebbe credere e troppo spesso far credere. Bisogna piuttosto di frequente fermarsi e meditare sulla strada intrapresa alla luce delle esperienze. Il libro della Canziani ci permette oggi di fare esperienza d'una vita che non abbiamo vissuta e che pure ha da dirci qualcosa, se riusciamo a liberarci da quella presunzione di sicurezza e superiorità che l'ideale della scienza nel mondo moderno suole conferire ai suoi più intransigenti estimatori.

E che si tratti d'una scientificità tutta da discutere, ce l'ha mostrato a sufficienza, per nostra buona sorte, l'accurata disamina della concezione “teologica” della tecnica compiuta dal nostro connazionale filosofo Emanuele Severino.

Certo, la Canziani si ferma ad un godimento estetico delle cose che vede ed ascolta. Non tenta nemmeno quel che, pressappoco nello stesso torno di tempo e nella stessa Londra, si prefiggeva Malinowski, anche lui reduce da un viaggio di studio in culture 'altre', ovvero una ricostruzione sistematica e completa dei presupposti ideologici di esse.

Il mondo europeo di allora cominciava, anzi continuava a guardarsi attorno con occhi attenti alle diversità, ma sempre pel tramite dei moduli interpretativi della scienza, l'antropologia, o dell'arte, alla Gauguin.

È ora che questo stesso mondo, dopo aver guardato altrove, si rivolga a se stesso in un'opera di confronto costruttivo, quasi come per obbligo ad un monitoraggio costante della propria deriva, ed allora passi da un atteggiamento scientifico ad uno politico. Che cosa potrebbe dirci in questa nuova attitudine critica il confronto con la società primitiva, eppure nient' affatto sgraziata riscoperta da Estella Canziani? ad esempio che manca oggi alla nostra società quel che potremmo denominare la 'fisicità del contatto col territorio', che è ancora invece predominante, quasi straripante negli Abruzzi da lei percorsi. La gelosa conservazione delle tradizioni locali, simbolo di un rapporto privilegiato col proprio paese, non altro è che l'esito di un dialogo muto ma intenso con la natura dei luoghi, ciascuno dei quali è contrassegnato dalla sua propria storia; e tutto ciò intesse una rete di simboli nei quali, in effetti, sembra che l'individuo viva più a suo agio anche nella morsa del bisogno così che non capita nemmeno al più disgraziato di dover ricorrere al suicidio solitario e disperato in cui diversi oggi, nella nostra società cosiddetta opulenta, incappano per sfuggire alle ingiurie della sorte. E che cos'è d'altronde il fine ultimo dei sempre più numerosi ed agguerriti movimenti politici locali che perseguono, in tutta l'Europa comunitaria, l'autonomia amministrativa di aree culturalmente omogenee se non questa sensazione essenzialmente fisica di contatto con un proprio territorio attraverso l'uso di una rete di simboli atavici che la moderna società dei consumi sembra aver distrutta o asservita ai propri fini e quindi devitalizzata?

Il cliché che da tempo il modernismo ha coniato per screditare chiunque osservi in tono critico i risultati della modernità, ossia quello del 'nostalgico' condannato all'emarginazione, si è smussato da tempo di fronte all'impietosa crisi dei valori attuali. Per questa ragione l'esperienza della Canziani oggi può essere ripetuta non con gli occhi del nostalgico o del turista colto, quali in realtà erano quelli dell'autrice di questo libro, ma con la mente del critico, quale deve avere chi oggi si ponga il problema a qual sorta di società occorra far ricorso per il prossimo futuro e come si possa variare a beneficio della somma finale i vantaggi e gli svantaggi dei frettolosi ideali della società industriale.

Il recupero di questo testo vuole contribuire, in misura certo del tutto umile e con la consapevolezza dei limiti dell'iniziativa, alla faticosa rielaborazione dei principi del vivere civile di oggi anche grazie al confronto con una cultura che appena sopravvive nella memoria dei nostri vecchi e che una giovane donna non del tutto straniera ha saputo fissare in maniera così fresca e partecipata.

Il libro della pittrice inglese si conclude con un'inattesa appendice consistente in un testo dialettale che non appartiene all'area linguistica degli Abruzzi, né ci viene spiegata la ragione del suo inserimento, se non che fu un marchigiano recatosi a Londra a consegnarlo all'autrice, il cui cognome, Canziani, ci rivela la sua origine italiana e che dunque poté aver conservato rapporti di amicizia nel paese del padre. Il dialetto adoperato si riconosce facilmente per quello fermano e l'editore, che è da lungo tempo attivo a Fermo, se ne è fatto un punto d'onore nel ricomprenderlo in questa edizione.

 

Così presa nel suo insieme quest'opera, frutto del lavoro di una donna proveniente dalla metropoli inglese, rimasta soggiogata dal fascino rurale e paesano di queste nostre terre, non può che riscuotere tuttora il plauso sincero di chi in esse è nato e vissuto e che pure non potrà mancare di avvertire mille insospettate emozioni nel riscoprire con piacevole sorpresa, lungo queste pagine, il fascino antico.


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