Codice: 9788879696265
Sandro Mongardini
Inconsapevoli
Le figure retoriche nel dialetto del fermano
2025, 170×240 mm,
76 pp., illustrato
€ 12,00
Cosa unisce due realtà in apparenza così distanti come il dialetto e le figure retoriche? E ancora: sono realmente distanti?
Certo le figure retoriche, con la loro suddivisione così minuziosa e tassonomica, con il loro nomi inconsueti e le loro suggestioni fantastiche sembrerebbero lontani dal mondo concreto e a volte duro del dialetto; sembrerebbe la stessa distanza che a volte si crea tra il mondo della cultura, in particolare dell’ambiente scolastico, e quello della vita reale, del lavoro, delle occupazioni e preoccupazioni concrete.
Ma a ben vedere le figure retoriche, come tutta la grammatica, non sono altro che la riflessione approfondita sulla lingua parlata e scritta. Le figure retoriche, nella loro varietà, esistono già nella lingua, non sono una costruzione teorica, si limitano a cogliere nella comunicazione ciò che di fatto già c’è. Il primo che disse (o scrisse) la frase «bianco come la neve» probabilmente non creò intenzionalmente un’analogia; chi si accorse, parlando, che due parole costituivano una rima baciata e che l’effetto era gradevole, ne fu meravigliato e forse tentò di riprodurlo con altre parole. […]
Guardando la questione dal punto di vista del dialetto invece, dobbiamo sempre tenere presente che esso, seppur espressione immediata e “ruspante” della lingua, ha la peculiarità di essere essenzialmente espresso in un contesto di oralità, con tutte le difficoltà che ciò comporta, prima fra tutte quella di sfuggire ad un rigoroso studio scientifico: manca infatti lo strumento essenziale che usano i filologi, i linguisti e gli storici della lingua: l’attestazione.
Noi riusciamo a sapere, se facciamo riferimento a un testo scritto, quando è stata usata per la prima volta la tale parola o quante volte è stata usata nel corso dei secoli o addirittura il percorso mentale che ha fatto il poeta per scegliere una parola piuttosto che un’altra, ma tutto ciò non è possibile per testi tramandati oralmente. O meglio: ci si deve limitare a studiare il dialetto nei documenti scritti che, in quanto tali, risentono senza dubbio della cultura di chi ha compiuto l’operazione di trascrizione, nel migliore dei casi con il nobile intento di preservare e conservare ciò che aveva attirato la loro attenzione.
Tuttavia il multiforme patrimonio culturale tramandatoci da studiosi benemeriti come Mannocchi, Ginobili, Crocioni ecc. è a volte inquinato da autori che cedono alla tentazione, pur essendo persone colte e istruite, di ingaglioffarsi parlando e scrivendo in dialetto, operazione presente sin dagli albori della nostra lingua e dagli studi su di essa. […]
Godiamoci dunque questo repertorio di espressioni, scelte tra le innumerevoli riportate nei sacri testi e molte anche raccolte oralmente, che sicuramente ci sono familiari e che i lettori più fortunati avranno anche sentito pronunciare dagli ultimi parlanti.
Vogliate infine sopportare benevolmente la pedanteria di chi, davanti alla bellezza di una frase come
È cuscì brutta che ’rdà su lo vello,
non trovi niente di meglio da fare che chiedersi se sia un ossimoro o una iperbole!

