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Codice: 9788879693554

Giuseppe Vannicola

 

Il veleno

romanzo

 

Nota introduttiva e Cronologia di

Marina Bernardini

 

con un articolo di

Carlo Melloni

 

 

2015, 150×210 mm,

68 pp., illustrato

€ 8,00

 

 

L’arte deve far pensare o sentire?

Grave questione che potrebbe eludersi

dicendo che l’arte deve far pensare sentimenti e sentire pensieri.

 

G. Vannicola

 

 

Dipinto di spalle, intento a suonare il violino per pochi amici in una vecchia soffitta di Montmartre, Giuseppe Vannicola è immortalato in una nota tela di Lionello Balestrieri dal titolo Beethoven, oggi conservata presso la Galleria d’Arte del Museo Revoltella di Trieste.

Nato a Montegiorgio il 18 novembre 1876 e precocemente dedicatosi agli studi musicali, dopo aver frequentato l’Accademia di Santa Cecilia a Roma e, successivamente, il Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, Vannicola raggiunse a Parigi l’amico Balestrieri, pittore toscano che nella città partenopea aveva frequentato l’Accademia diretta da Domenico Morelli. La capitale francese non offrì ai due giovani artisti il successo e l’agiatezza sperati, ed essi si ritrovarono a condividere una vita di sogni e di stenti con un circolo di amici “di sventura” impegnati in attività culturali. Proprio in una di tali occasioni di ritrovo, Balestrieri ebbe l’ispirazione per la tela di grandi dimensioni (cm 420x202) in cui è presente «tutto il più tradizionale repertorio della vita bohémienne». Vi dipinse in primo piano anche se stesso, con lo sguardo perso nel vuoto, indifferente all’abbraccio di una ragazza dalla gonna rossa.

Vannicola era stato suggestionato dal singolare caso del violinista George Augustus Polgreen Bridgetower (1779-1860), che, essendosi distinto per la personalità di esecutore ardito e stravagante, aveva colpito lo stesso Ludwig van Beethoven, il cui autografo della Sonata op. 47 reca l’intestazione in italiano: «Sonata mulattica composta per il mulatto Brischdauer, gran pazzo e compositore mulattico». La Sonata per pianoforte e violino era stata eseguita da Bridgetower e da Beethoven il 24 maggio 1803 nella sala dell’Augarten. Il violinista non aveva avuto il tempo di studiare le variazioni, dal momento che il compositore tedesco le aveva ultimate solo alla vigilia del concerto, e così improvvisò due piccole cadenze virtuosistiche, molto apprezzate dall’autore, che gli sarebbero valse la dedica della Sonata; quando, però, l’op. 47 fu pubblicata, nel 1805, figurò come dedicatario il violinista francese Rodolphe Kreutzer, da cui la denominazione della composizione come Sonata a Kreutzer. Vannicola era un grande estimatore di Beethoven, come si evince dal suo De profundis clamavi ad te – una «prosa musicale», come è stata definita da Papini, influenzata dalle riflessioni di Schopenhauer –, in cui il nome del compositore e l’aggettivo corrispondente («beethoveniano»), in un testo di 110 pagine, comprese quelle contenenti le xilografie di Giovanni Costetti, ricorre ben 37 volte. […]

Alla passione per la musica Vannicola affiancò l’interesse per la letteratura: frequentò i salotti letterari all’epoca più influenti, collaborò alle riviste più note, conobbe gli scrittori e i critici più autorevoli, come il già ricordato Papini e Mario Novaro. Con essi strinse veri e propri rapporti di sincera amicizia, di cui sono testimoni molte lettere private. […]

Lettore indefesso, nei suoi scritti si sente l’eco di una vasta cultura che va dal simbolismo francese al vitalismo di Bergson, dal «misticismo liturgico»12 di Huysmans e di Peladan all’edonismo di D’Annunzio, dal «mondo come volontà e rappresentazione» di Schopenhauer all’estetismo di Oscar Wilde.


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