Codice: 9788879695909
Pio Panfili
(Porto San Giorgio, 1723 - Bologna 1812)
Il fondo disegni e stampe
della Società Operaia di Porto San Giorgio
a cura di
Francesca Coltrinari
2024, 210×300 mm,
160 pp., illustrato
€ 35,00
La Società Operaia di Porto San Giorgio, interpretando in modo molto consapevole il proprio ruolo, si è fatta promotrice di importanti iniziative culturali volte a conservare le bellezze artistiche e a promuovere il territorio, salvando dalla dispersione importanti testimonianze legate all’arte e alla storia dell’antico Porto di Fermo: una recente pubblicazione curata dal compianto Fabio Mariano è dedicata infatti ai progetti di Ireneo Aleandri per la residenza che Gerolamo Bonaparte, costretto ad abbandonare l’effimero Regno di Westfalia, fece realizzare a Porto San Giorgio, nella quale visse per pochi anni, mentre in questa circostanza si intende valorizzare la donazione di un rilevante numero di disegni e stampe di Pio Panfili grazie ad uno studio approfondito e rigoroso condotto da Francesca Coltrinari, a capo di una agguerrita équipe della quale fa parte anche Cristiano Marchegiani, profondo conoscitore delle vicende architettoniche del Settecento marchigiano.
Sebbene nella Bologna di fine secolo il Panfili abbia goduto di una grande notorietà realizzando una cospicua serie di vedute della città che ancora oggi sono presenti in gran numero in varie collezioni pubbliche e private, una sorta di damnatio memoriae sembra essersi abbattuta sulla sua figura di artista: Panfili si segnala sin da ragazzo per una scelta molto diversa rispetto a quella di tanti giovani pittori dell’ascolano e del fermano che, avendone la possibilità, andavano a Roma per perfezionare la loro formazione, spesso grazie all’appoggio di influenti prelati marchigiani che li introducevano nel mondo accademico dell’Urbe. Panfili invece scelse Bologna e la prestigiosa Accademia Clementina come palcoscenico per la sua vita di artista: nel suo caso, è ipotizzabile che, oltre all’appoggio del conte Evangelista e di altri esponenti del patriziato fermano legati alle famiglie senatorie felsinee, abbia contribuito alla sua decisione la presenza a Bologna dell’ascolano mons. Filippo Trenta, che vi risiedette dal 1772 al 1785 ricoprendo cariche pubbliche di grande prestigio, segnalandosi anche come autore di apprezzate tragedie e come collezionista di opere d’arte, spesso commissionate agli esponenti più in vista dell’accademia bolognese, come Gaetano e Ubaldo Gandolfi. Questa ipotesi, formulata nel volume da Cristiano Marchegiani, sembra essere in linea con i modi con cui nel Settecento la aristocrazia animava una sorta di patronage nei confronti dei giovani talenti, connaturato alla stessa condizione sociale del patriziato e dagli obblighi di rango che gli competevano.
L’alunnato presso lo scenografo fanese Domenico Bianconi aveva indirizzato il giovane Panfili a specializzarsi nel genere della quadratura, guardando in particolare gli elaborati modelli forniti da Mauro Tesi, e l’artista ci offre molteplici saggi di questa sua particolare attitudine in alcune elaborate decorazioni eseguite a Fermo e nel territorio, come la volta della Sala dell’Aquila nel Palazzo dei Priori o lo scalone del convento francescano di Montegiorgio, dove ancora riecheggia la volontà di dilatare lo spazio attraverso funambolici effetti trompe l’oeil che derivano dalla lezione bibbienesca. In questo ambito si dovrà sottolineare la capacità del Panfili di aggiornare questi effetti scenografici caratterizzati da un’esuberanza tardo barocca, e di saggiare, in quello stesso ambito decorativo, delle soluzioni più composte e classicheggianti, come si può apprezzare nei monocromi della volta della nuova Cattedrale di Fermo, realizzata su disegno dell’imolese Cosimo Morelli, nei quali Panfili si mostra attento a non prevaricare le soluzioni architettoniche del progettista, ma anzi di assecondarle grazie a delle raffinate soluzioni illusionistiche.
Il catalogo dei disegni del Panfili acquisiti dalla Società Operaia di Porto San Giorgio, schedati da Francesca Coltrinari, Andrea Fiè e Marta Vitullo, è preceduto da un denso saggio della studiosa che, avvalendosi di due manoscritti inediti dell’erudito e collezionista fermano Alessandro Maggiori, non soltanto mette in luce le vicende personali ed artistiche del Panfili ma contribuisce anche per la prima volta alla ricostruzione del vivace contesto nel quale la sua attività si inserisce: un tema sul quale si sofferma anche con competente saggezza Cristiano Marchegiani che ricostruisce il complesso svolgersi delle vicende architettoniche che animano il secondo Settecento marchigiano.

