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Codice: 8879693239

Sigismondo Nardi

La Modernità della Tradizione

 

a cura di

Daniela Simoni e Silvia Marani

 

 

testi di

Cesare Catà, Guido Giacomuzzi, Silvia Marani

Stefano Papetti, Cristina Settembri, Daniela Simoni

 

 

2013, 240×300 mm,

224 pp., illustrato, cartonato con sovraccoperta

€ 40,00

 

 

Il percorso esistenziale e artistico di Sigismondo Nardi si svolge tra un’Italia che aveva da poco raggiunto l’unità nazionale e il Trentino che, agitato dalle istanze irredentiste, fino al 1919 è parte dell’impero austro-ungarico. I suoi estremi biografici, 14 marzo 1866 e 24 dicembre 1924, lo collocano in un’epoca estremamente complessa sotto il profilo economico, sociale, carica di tensioni, di aspettative di modernità e nel contempo di retaggi del passato. Fanno da sfondo storico le vicende e le difficoltà dei governi dell’Italia postunitaria, l’età giolittiana del trasformismo, quella belle époque che in un clima di euforia e di trionfo estetico vede scivolare l’Europa nella tragedia della prima guerra mondiale: muore nell’anno in cui si afferma il Fascismo.

La figura di Nardi, la sua arte ufficiale, prevalentemente al servizio della committenza ecclesiastica, improntata su un purismo contaminato da innovazioni veriste, la produzione di collezione privata, così variegata, composta da ritratti, scene di genere, caricature, bozzetti per decorazioni, percorsa da qualche fremito sperimentale di matrice divisionista o da eleganti linearismi Liberty, si possono collocare in quell’ambito vago definito dalla storiografia artistica del Novecento

«Eclettismo», spesso con un’accezione negativa. A questo proposito determinante è la definizione che Fabio Mariano scrive di «Eclettismo»: «fu lo sforzo drammatico di un’intera civiltà impegnata in un trapasso epocale di proporzioni bibliche, caratterizzato da un velocissimo e imprevisto progresso tecnico e produttivo che si ripercosse ineluttabilmente sulla organizzazione sociale e quindi politica delle popolazioni, con ovvie e inarrestabili conseguenze sul piano culturale, le quali non potevano non incidere sulle sicurezze dei linguaggi e delle forme espressive artistiche, ed architettoniche in particolare». L’arte della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento in Italia è stata spesso liquidata dalla critica con l’etichetta di «provinciale», sottolineando come il fulcro della cultura europea si fosse spostato a Parigi e, in ambito mitteleuropeo, a Vienna e Monaco, dove si venivano elaborando – dalle esperienze realiste, all’Impressionismo, alle Secessioni e all’Art Nouveau fino alla nascita delle avanguardie storiche – le linee guida dell’arte contemporanea. Fatta eccezione per il gruppo dei Macchiaioli – che pur anticipando di un ventennio molte delle intuizioni impressioniste non riuscirono a imporre la loro arte in ambito europeo

– e per le sperimentazioni divisioniste di Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo, la cultura artistica italiana dovette attendere il 1909 con la pubblicazione del manifesto futurista per ritrovare una dimensione internazionale. In realtà lo scenario artistico italiano di quegli anni fu estremamente articolato, animato da diverse tensioni teoriche e stilistiche, dagli ideali puristi minardiani alle suggestioni nazarene e preraffaellite, al verismo antiaccademico di Nino Costa e di Domenico Morelli, alla pittura storica e sacra con orientamento verista di Maccari e Mariani, alle soluzioni stilistiche tra classicismo e simbolismo di De Carolis e Sartorio.

Solo negli ultimi anni la critica ha focalizzato la sua attenzione su questa composita trama con mostre e pubblicazioni relative al complesso passaggio artistico tra Ottocento e Novecento in Italia.

Uno studio su Sigismondo Nardi offre quindi non solo una valutazione critica sulla sua opera, ma anche la lettura di uno spaccato dell’epoca; infatti la formazione in ambito romano lo ha portato a collaborare ai cantieri pittorici più importanti di quel periodo: con Cesare Mariani nel duomo di Ascoli Piceno e nella chiesa di S. Maria delle Grazie a Teramo, con Cesare Maccari nel santuario di Loreto e probabilmente nella Sala Gialla del Senato a Palazzo Madama e nella cattedrale di Nardò in Puglia.

Le Marche e l’Abruzzo, Roma e il Trentino asburgico costituiscono dunque i poli dell’attività di Nardi, realtà molto diverse tra loro sotto il profilo sociale, economico e artistico.

L’annessione delle Marche e dell’Abruzzo al Regno d’Italia rendeva questi territori periferici rispetto al centro del potere amministrativo ed economico del nuovo stato sabaudo. Per i giovani artisti marchigiani la formazione avveniva nelle scuole d’arte applicata e nelle accademie che avevano una tradizione anche nelle piccole città, creando una trama di contatti importante per la diffusione del codice figurativo e per lo scambio tra personalità artistiche. La maggior parte dei giovani marchigiani completavano poi gli studi artistici presso l’accademia romana, così come molti dei cicli decorativi civili e religiosi venivano commissionati a pittori di origine o formazione romana come Luigi Fontana, Cesare Mariani, Cesare Maccari, Ludovico Seitz e Sigismondo Nardi.

Rapporti con Roma li aveva avuti anche il primo maestro di Nardi, Silvestro Brandimarte, nato a Fermo nel 1813, la cui carriera artistica fu condizionata dalla sordità contratta in giovane età4. Il pittore romano Luigi Cochetti, che a Fermo aveva decorato il soffitto del Teatro dell’Aquila, a Roma lo indirizzò al restauro; tornato in patria nel 1848 Brandimarte continuò a lavorare in questo ambito, intervenendo anche sui dipinti del suddetto teatro. Raffaelli riferisce che nella sua bottega fermana l’artista iniziò molti giovani alla pittura: Mariano Bianchini, Carlo Pennacchietti e il nostro Sigismondo Nardi. Scrive inoltre che Brandimarte godeva della stima di Mariani e Bruschi, quest’ultimo docente di ornato e primo membro onorario dell’accademia di Roma: entrambi avranno un ruolo fondamentale nella formazione di Nardi.


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