Codice: 9788879694520
Keoma Ambrogio
Forma Urbis Firmi
Regola e ornato dagli statuti edilizi comunali
alla commissione edilizia
2020, 240×320 mm,
290 pp., illustrato
€ 35,00
La Forma urbis Romae (anche detta Forma Urbis Severiana) è una complessa opera parietale, incisa su lastre di marmo, rappresentante la planimetria della città di Roma ai tempi di Settimio Severo; realizzata tra il 203 e il 211 d.C., era un tempo collocata sul prospetto del Tempio della Pace. La Forma Urbis rappresenta l’astrazione grafica della proprietà edilizia e della conformazione della città, tanto da essere considerata dagli storici una “pietrificazione” del catasto vigente all’epoca di Settimio Severo, conservato probabilmente nelle sale interne del tempio stesso. La pianta, riscoperta in frammenti a partire dal XVI secolo, costituisce un documento di inestimabile valore per la comprensione, seppure parziale, del tessuto edilizio romano agli inizi del III secolo ed è divenuta, nel tempo, un riferimento quasi idealizzato per la creazione di planimetrie della stessa Città Eterna e di diverse città italiane. Allo stesso modo le tante planimetrie che si sono via via delineate nella storia moderna d’Italia, definite a loro volta Forma Urbis, costituiscono a oggi supporti fondamentali per lo studio e la comprensione dello sviluppo urbano ed edilizio, quali fonti iconografiche di primaria importanza.
La comprensione della “forma” di una città, ovvero della sua struttura morfologica, non può, tuttavia, ridursi a un’astratta lettura delle viste planimetriche e prospettiche storiche, che offrono pur sempre una lettura parziale e, non di rado, preordinata del fattore urbano. La pianta è sovente utilizzata, infatti, quale strumento di rappresentazione del potere e di chi lo detiene e, per questa ragione, può concentrarsi più su alcune tematiche che altre, negando determinati dettagli ed esaltandone di diversi, finendo per disegnare persino ciò che potrebbe non essere mai esistito, solo per qualificare l’elaborato. Anche laddove la planimetria fosse condotta con criteri di scientificità, il suo scopo specifico determinerebbe la selezione delle informazioni fornite, finendo per negare, a volte, la possibilità di comprendere appieno determinati elementi urbani.
Lo studio di un centro antico, la comprensione delle sue stratificazioni urbanistiche ed edilizie, deve necessariamente scaturire da un raffronto continuo e incessante tra una pluralità di fonti, che comprendono certamente l’iconografia antica, senza dimenticare i documenti storico-archivistici, i dati bibliografici e, soprattutto, la materia dell’architettura che, grazie alla sua realtà e comunicatività, deve essere il punto focale delle attenzioni dello studioso.
Perché allora Forma Urbis Firmi?
Il presente studio, suddiviso in due volumi di distinta pubblicazione, ha l’intento di offrire una serie di documenti utili alla comprensione, certamente parziale, di alcuni episodi della storia urbana della città di Fermo attraverso la pubblicazione di strumenti differenti, per loro natura, dalle planimetrie storiche – comunque intensamente coinvolte nella trattazione – ma non per questo meno efficaci nella ricostruzione di una Forma urbis. Il tessuto urbano e l’edilizia che lo costituisce si sono definiti in tempi lunghissimi, attraverso stratificazioni e modifiche che hanno progressivamente portato all’immagine spaziale e figurativa che noi oggi possiamo contemplare, determinate da interventi privati e pubblici o da una loro compresenza, sempre nel rispetto di una serie di norme e tappe fissate dalla Magistratura cittadina.
Lo studio, nel suo complesso, affronta il tema della trasformazione edilizia, attraverso la comprensione degli strumenti e delle attitudini in uso per la gestione dei lavori di trasformazione architettonica, nel primo volume, e dell’andamento della proprietà immobiliare tra il XV e il XIX secolo mediante l’illustrazione di catasti storici urbani, nel secondo.
In questo primo volume, dal sottotitolo Regola e ornato dagli Statuti comunali alla Commissione edilizia, si approfondisce il tema della gestione dei lavori edili da parte della Magistratura competente, dimostrando come la qualità urbana delle città storiche, e in particolare nel caso fermano, scaturisca da un attento controllo degli interventi architettonici privati da parte di chi è preposto all’applicazione di regole condivise.
Se il filo conduttore della trattazione è costituito dal tentativo di tratteggiare, in un processo diacronico, lo sviluppo di questa competenza comunale e dei criteri di valutazione e gestione, il testo offre, in una lettura sincronica, l’interpretazione e il racconto di una serie di fatti edilizi e sociali che offrono lo spunto per ulteriori ricerche o per l’approfondimento di eventi specifici. Tutti gli esempi presentati sono riferiti a una completa e cronologica appendice documentaria che permette di approcciarsi alla fonte storica in prima persona, al di là della lettura che ne viene qui proposta.
Nel primo capitolo, “Gestione della qualità dell’ambiente urbano negli Statuti fermani”, si affronta il tema della costruzione di un corpo di regole, igieniche ed edilizie, a opera delle Magistrature cittadine, norme che hanno costituito il cardine fondamentale della disciplina urbanistico-edilizia fermana fin dal medioevo e ancora agli inizi del XIX secolo. La lettura e la piena comprensione di determinate rubriche degli Statuti consente, a distanza di secoli, di interpretare alcuni fattori edilizi e urbanistici che sono oggi riconoscibili e testimoniati dall’organismo urbano conservatosi all’interno delle mura.
Il secondo capitolo, “Gli interventi di trasformazione edilizia tra i secoli XVII e XVIII: modalità e strumenti”, è una raccolta di numerosi studi su interventi privati e pubblici, in questo arco di tempo, i quali illustrano con chiarezza due aspetti centrali di questo periodo. Da un lato, gli obiettivi perseguiti dall’organo pubblico nella gestione degli interventi dei privati e il modo in cui viene prevalentemente contrattata l’eventuale cessione di suolo e la realizzazione architettonica dell’immobile; dall’altro, il fatto che la molteplicità dei casi presentati, quelli a carattere privato, ma soprattutto quelli di trasformazione delle porte urbane, dimostra la rilevanza della fase settecentesca nella riconfigurazione della struttura urbana e architettonica fermana. Un dato, questo, che mette in luce come non si possa correttamente parlare di Fermo nei termini univoci di “città medievale”, bensì di un centro stratificato il quale, pur mantenendo il suo carattere d’impianto romano e medievale, assorbe nel tempo una serie di fasi moderne e contemporanee estremamente rilevanti e condizionanti dal punto di vista figurativo.
Il terzo capitolo, “La gestione della trasformazione edilizia nell’Ottocento: dalla commissione d’ornato al regolamento edilizio del 1864”, conclude il percorso storiografico sulla regolamentazione edilizia in città, attraverso la ricostruzione sintetica delle vicende di istituzione e trasformazione della commissione edilizia ottocentesca. In modo particolare, l’attenzione si è concentrata nella ricostruzione del percorso istituzionale e formativo che ha portato alla definizione del Regolamento Edilizio del 1864, primo strumento normativo in materia edilizia della città di Fermo. Lo sviluppo del testo normativo sulla disciplina edilizia comunale è arricchito dall’illustrazione di una serie di casi, tra i più rappresentativi che, pur non potendo offrire un quadro esaustivo, contribuiscono a inquadrare il tema legislativo nella pratica edilizia del tempo fino ai primi decenni del Novecento.
L’augurio è che lo studio qui proposto possa costituire un contributo utile alla riattivazione, in sede locale, di un’attenta riflessione sul concetto di città e di centro storico in particolare, volta all’attuazione concreta di pratiche di pianificazione urbana ed edilizia nel più maturo rispetto delle preesistenze e dello spirito delle leggi condivise.

