Codice: 9788879693530
Le Marche sugli scudi
Atlante storico degli stemmi comunali
a cura di
Mario Carassai
testi di
Antonio Conti, Vieri Favini, Alessandro Savorelli
Disegni di
Massimo Girardi
2015, 240x310 mm,
248 pp., illustrato, cartonato
€ 40,00
«Come i cognomi sono stati inventati per riconoscere gli uomini, così anche le insegne araldiche […] a chiunque è lecito portare delle insegne». Così scriveva intorno alla metà del Trecento un grande giurista umbro-marchigiano, Bartolo di Sassoferrato, nel primo trattato di araldica del Medioevo intitolato De insigniis et armis.
650 anni dopo, gli studi di araldica in Italia sono a un bivio. Da un lato, ci sono gli amatori che non vanno oltre i puri elenchi di immagini: genere album di figurine, magari munite di descrizioni tecnicamente valide, ma senza profondità storica e critica. L’esempio estremo di questa tendenza è lo stemmario recente di una regione del Nord, male illustrato e pieno di notiziole locali senza costrutto.
Dall’altra, c’è la ricerca di chi “non si accontenta”, ma investe nella complessità. L’araldica è un sistema di segni con regole proprie, uscito molto presto dall’ambito militare in cui era nato: gli scudi, arme o stemmi che dir si vogliano identificarono dai secoli XII-XIII famiglie e comunità, nella quotidianità concreta, con grande elasticità e seguendo varie trasformazioni nel tempo. Per capire questo sistema, occorre cercarne pazientemente le testimonianze visive, sia nelle singole località, sia in archivi, biblioteche, musei, e analizzarle con l’aiuto delle discipline storiche.
Il risultato, per chi non riesce ad andare oltre l’album di figurine, sembrerà dispersivo. Per lo storico, sarà una chiave per capire la società dell’epoca. Per il cittadino curioso, sarà una porta d’accesso importante all’identità del suo paese. Le Marche sugli scudi parla agli uni e agli altri, con un testo comprensibile e pieno di illustrazioni, che permettono di seguire il discorso nei passaggi meno facili.
Dietro al volume sta la scelta intelligente di un’amministrazione regionale, che ha affidato lo studio a un gruppo di studiosi qualificati, con competenze diverse e conoscenza del territorio. Mario Carassai, grafico editoriale, curatore del volume, illustra nella premessa (Segni di Marca) il senso del progetto. L’Introduzione storica approfondisce le caratteristiche maturate dalla simbologia comunale delle Marche in otto secoli. È opera di Vieri Favini e Alessandro Savorelli, tra i più profondi conoscitori dell’araldica civica medievale. Scopriamo così che sono numerose le figure “parlanti”, che richiamano come in una specie di rebus il nome del luogo: molte sono le località il cui nome inizia (o iniziava) per “Monte”, e così i monti popolano il 70% degli scudi. Altre figure richiamano l’identità religiosa dei comuni, identificati nel loro santo protettore con un fenomeno tipico dell’Europa medievale. Una variante è data dai santi che non compaiono negli scudi, ma sono ritratti mentre tengono il vessillo cittadino, in opere d’arte “ufficiali”, commissionate dalla comunità. Abbondano anche i segni politici, ad esempio quelli di sudditanza nei confronti di un signore o di una città dominante. Tra questi è il “capo d’Angiò”, che sta a significare l’adesione alla politica “guelfa”, capeggiata tra Due e Trecento dagli Angioini; oppure le chiavi di Pietro, insegna papale che le Costituzioni egidiane (Liber Constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae, noto anche Constitutiones Aegidianae) del 1357 prescrivevano di inserire nei sigilli comunali.
Segue l’Atlante storico degli stemmi comunali, curato da Favini e Savorelli con Antonio Conti, ricercatore indipendente formatosi a Urbino. Il testo è illustrato dai disegni di Massimo Ghirardi, grafico specializzato in araldica civica. I 236 comuni schedati sono ripartiti in base alle circoscrizioni storiche: il ducato di Pesaro e Urbino, il Montefeltro e la Massa Trabaria, Fano, Ancona, Jesi con i loro distretti, le città della Marca, le “terre” autonome di medie e piccole dimensioni, gli Stati di Camerino e di Fermo, Ascoli. Quest’impostazione permette di cogliere le insegne nel loro contesto politico. Ogni scheda riporta delle sintetiche notizie storiche sul comune, per indicarne l’importanza o il grado di autonomia, e le varie testimonianze grafiche (sculture, pitture, sigilli, incisioni…), dando tutti i riferimenti necessari a documenti d’archivio e pubblicazioni precedenti. L’apparato illustrativo è necessariamente vario, a maggior ragione in un territorio ricchissimo dal punto di vista artistico. I disegni nitidi e colorati di Ghirardi diventano così un elemento unificante, oltre a testimoniare l’aspetto attuale (non sempre felice) dello stemma comunale. Non sono state dimenticate – nell’Appendice – le insegne dei comuni soppressi tra la fine del Settecento e il Novecento.
La posta in gioco non era semplice. La regione, geograficamente molto varia, era storicamente frammentaria. Ciò che tenne insieme questo territorio sino alla fine del Settecento, non fu un nome geografico. Fu la dominazione papale, che fino al Cinquecento era però lontana e debole; e il concreto assetto che le diede nel 1357 il suo rappresentante, il cardinale guerriero Gil de Albornoz, con le Costituzioni egidiane. Le Costituzioni regolavano i rapporti tra il sovrano (il Papa) e le comunità, alle quali era riconosciuta una certa autonomia. Si ufficializzò così una rete capillare di comunità piccole (i castelli), medie (le terre, o quasi-città), città vere e proprie (le civitates, sedi vescovili). Quasi tutte si riconobbero in diversi segni collettivi: gli edifici del potere, come i palazzi comunali; i santi patroni, con i loro rispettivi simboli; i gonfaloni; i sigilli con cui convalidare gli atti; gli scudi araldici, ossia gli stemmi.
In Le Marche sugli scudi il lettore scoprirà che tutti questi segni non erano isolati, ma in continuo collegamento tra loro. E quando osserverà lo stemma del suo comune, anziché liquidarlo con il solito “è sempre stato così” si chiederà se e come quello stemma rispecchi una storia.

