Codice: 9788879695718
Antonio Attorre
Il giusto della terra
raccontare tavole, lune, paesaggi
con un testo di Joyce Lussu
Caratteristiche del volume:
Ft. 150x210 mm, 2024, 284 pp.
€ 18,00
Ho iniziato a dedicarmi all’attività giornalistica in anni che sarebbero stati ricordati, tra altre cose, per il disastro nucleare di Chernobyl e, in Italia, per lo scandalo del vino contenente metanolo, che causò 23 vittime e segnò il punto più basso nel rapporto di fiducia che normalmente dovrebbe circolare nei confronti dell’agricoltura e della produzione alimentare. Oggi appare (o dovrebbe apparire) meno stravagante di allora vedere una qualche relazione tra quei due eventi, oltre tutto alla luce della recente esperienza pandemica, ma all’epoca una consapevolezza ecologica profonda, articolata era tutta da costruire. Un po’ per reazione alla vicenda del metanolo, un po’ per evoluzione di quell’associazionismo culturale che negli anni Settanta del secolo scorso aveva conosciuto bei momenti (eppure il decennio che va dallo statuto dei lavoratori alla legge sul divorzio, alla legge Basaglia e a quella sull’aborto, per non parlare del sistema sanitario, continua a essere appiattito nella formula torva degli ‘anni di piombo’), in quegli anni ci fu anche la nascita di Arcigola e di Slow Food poco dopo, con un’inedita attenzione alla qualità alimentare e, non meno, alla convivialità. Intendiamoci, all’inizio c’era un’aria da Circolo Pickwick e l’ironia prevaleva probabilmente sull’impegno, ma con il senno di poi e dunque di oggi, penso che forse ha ragione Alfonso Berardinelli quando scrive che in Italia l’ambientalismo ha trovato un terreno propizio soprattutto nell’alimentazione, nella difesa delle tradizioni locali proprio perché sono fortemente sentite. D’altra parte Alex Langer, probabilmente il più lucido e generoso tra i fondatori dell’ambientalismo italiano e non solo, ripeteva in quegli anni (prima della triste e precoce scomparsa nel 1995) che la transizione ecologica, per essere vincente, avrebbe dovuto essere desiderabile.
Quanto siano attuali queste idee non è difficile capirlo, oggi che si è abbastanza fatta senso comune (ma forse non abbastanza?) l’idea che «mangiare è un atto agricolo» come efficacemente teorizza lo scrittore-agricoltore Wendel Berry, e che la tutela della biodiversità è entrata nella nostra Costituzione, a integrazione di quell’articolo 9 che difende e invita a valorizzare il patrimonio paesaggistico e artistico.
Naturalmente mi auguro che questa attenzione e questo riconoscimento di importanza al cibo sia vissuto, percepito e, nel mio caso, anche letto come critica e cura per un aspetto centrale della vita quotidiana e non imparentato con il foodporn imperversante e la foodizzazione dell’immaginario sociale.
Nelle pagine che seguono, e che spero possano essere lette senza trovarle troppo datate (lo saranno inevitabilmente!), ho raccolto un po’ di cose scritte in questi anni: soprattutto articoli (per «La Stampa», «L’Unità», «Il Manifesto», «Nuova Ecologia», «Il Messaggero», «Il corriere adriatico», «Slow» e le altre riviste di Slow Food, «MicroMega», «Il Gambero rosso» e così via), qualche breve saggio o brano da saggi più ampi (quelli sui rapporti tra cinema, vino e cibo), interventi convegnistici, spunti per lezioni universitarie.
Aggiungo, e mi scuso per questo, che spesso troverete uno sguardo riflessivo o laterale sulle cose, una tendenza a considerare contesti sociali, comportamenti, tic che, d’altra parte, riconosco come mia: cerco di rimanere fedele all’aneddoto ormai celebre raccontato da David Foster Wallace sul pesce che ne incontra due più giovani e chiede loro – com’è l’acqua?; loro si guardano stupiti e rispondono – cos’è l’acqua?
La materia prima di cui dispone chiunque scriva sono le parole e non dovrebbe mai scordarselo pescando nella banalità, nel risaputo e nelle idee trovate, specialmente ora che ci troviamo ad aver attraversato senza rendercene del tutto conto la più importante rivoluzione tecnologica (la digitalizzazione del mondo, con effetti e cambiamenti nella nostra vita quotidiana e relazionale non ancora compresi perfettamente) ed essere alle soglie di una nuova svolta con l’impiego della cosiddetta intelligenza artificiale.
Alle tavole e ai paesaggi del sottotitolo ho aggiunto le lune pensando a chi nei lavori agricoli e nelle pratiche di cantina o di fattoria asseconda i cicli naturali non per superstizione ma per cercare un equilibrio che non andrebbe mai trascurato. La luna che Cesare Pavese tornava sempre a cercare nelle colline delle Langhe ne La luna e i falò.
Il naso (con i suoi lumi), infine, è chiaramente la bussola ecologica a cui non dovremmo mai rinunciare anche se (o forse: proprio per questo) l’olfatto – e il fiuto quale sua espressione soggettiva – è l’unico senso che non transita online.

