Codice: 9788879696135
Luciano Magnalbò - Milena Santini
La stanza della caccia
racconti e ricordi
Caratteristiche del volume.
Ft, 210x300 mm; 2025, 236 pp., cartonato
€ 30,00
Oltre ai racconti, che costituiscono una vera e propria ricerca antropologica, e che riferiscono di usanze millenarie ancora vive, come la caccia con il cane e con le reti, abbiamo inteso descrivere e ricordare i vari modi di andare a caccia, alcuni dei quali hanno concluso la loro storia con l’ultimo quarto del ventesimo secolo: così ad esempio i guazzi sulle pianure vicine al mare, detti anche pantiere, così i roccoli piazzati un po’ in alto sulle valli fluviali, così le grandi poste delle palombe in genere in cima ai colli boscosi della premontagna.
Dai tempi dei racconti dei veterani, che sono anche quelli dei miei ricordi, vi è stata una violenta variazione ambientale, che naturalmente e inesorabilmente ha coinvolto e travolto la caccia.
Le grandi pianure del Tenna, del Chienti e del Potenza, bonificate e rese fertili nei secoli con il lavoro dell’uomo, dopo che furono acquitrini attorno alle chiese romaniche costruite sulle loro insulae, ora sono occupate dai capannoni delle zone industriali, e da una massa di supermercati, che aumenta di giorno in giorno, inibendone la fruizione agli uccelli migratori e stanziali.
Sono scomparse le allodole, che allora entravano a migliaia dal mare in enormi branchi, e sotto Macerata andavano a posarsi sulle terre dell’Abbazia di San Claudio: campi verdi e assolati, ora violentati da un’area urbanizzata estesa, deserta e proterva che non serve a nessuno se non appunto al racket dei supermercati (si dice che ivi ne sia in gestazione un ennesimo enorme); e non si vedono più passeri in giro, quelli che affollavano le aie e dormivano nei pagliai svolazzando ininterrottamente e giocando fra loro, né più le pavoncelle bianche e nere, con il loro spiritoso ciuffo in testa, né i piccoli uccelli come fanelli, verdoni, verzellini ed altri ancora. Anche il numero delle rondini è fortemente diminuito, e delle miti quaglie grassocce, canterine e credulone, quasi non v’è più traccia; mentre le palombe, che prima passavano in ottobre selvagge a branchi venendo dal mare, come i teli di storni, oggi svolazzano pacifiche e stanziali nel verde delle città.
I diserbanti e i nuovi concimi nei campi, la cementificazione del suolo e le luci lungo la costa, hanno determinato da una parte la morte degli uccelli, dall’altra ne vietano l’entrata dal mare; ed oggi la caccia si esercita in modo piuttosto squallido sulle placide tortore, che amano mettersi in fila sui cavi dell’Enel ripetendo all’infinito il loro straziante verso, sui pochi tordi e merli che ancora si avventurano lungo i fossi tra i rovi, invece di starsene tranquilli in sicuri giardini urbani, o su fagiani da ripopolamento, animali allevati e lenti come galline; mentre necessaria s’è fatta la caccia al cinghiale, ai miei tempi praticata solo in esclusive riserve in Toscana, perché questi animali, che si riproducono in quantità impressionante, distruggono coltivazioni, provocano incidenti e si spingono in branco anche nei centri abitati alla ricerca dei sacchetti della differenziata.
Ma non solo oggi i cinghiali fanno danni, anche nel V secolo a.C., ai tempi di Erodoto, ne facevano, come vedremo più avanti nel paragrafo dedicato, tra le fonti, a questo scrittore.
La caccia costituisce il più antico evento operativo che abbia coinvolto l’uomo, e fino all’epoca nel cui perimetro questo racconto si svolge, era costume comune praticato dai più, un usuale modo “POP” di fare, che non solo non dava scandalo, ma che anzi costituiva anche una importante risorsa per la famiglia: il cacciatore tornava la sera con il suo cane, scaricava gli uccelli uccisi su un piano, con un piccolo ferro a gancio estraeva le interiora, e poi portava il tutto sul tavolo della cucina; competeva alle donne di casa pelarli, scottarli, infilarli sullo spiedo con in mezzo lauro e pancetta, e cuocerli rosolandoli con il pilotto; con l’avvertenza che, in caso di volatili di particolare dimensione, occorreva farli frollare per qualche giorno; poi c’erano altri modi di cucinarli, come l’umido, il salmì, e il potacchio; e fortunato, lui e famiglia, chi riusciva di tanto in tanto a portarsi a casa una lepre.
Per capire bisogna andare indietro nel tempo, e mettere da parte l’idea che la caccia sia nata e vissuta come vergognosa e miserabile strage di animali: la caccia era una vera e propria arte, la sua pratica richiedeva forza fisica, sacrificio, pazienza, astuzia, perizia, abilità e perfetta conoscenza del volo degli uccelli e delle loro rotte, e del modo di muoversi di tutti gli animali sui campi, nelle selve e tra i rovi, avendo ben presenti i loro costumi ed i loro luoghi preferiti, secondo il ripetersi dei cicli della natura e le condizioni del tempo.
Questo libro non è l’apologia della caccia, ma semplicemente la registrazione di un mondo del tutto diverso dall’attuale, quando la vita sociale si svolgeva nei caffè, nelle osterie e nei sagrati, quando ogni domenica si andava a messa anche per incrociare sguardi con le belle figliole vestite a festa, con la permanente appena fatta che non faceva una piega e – grazie a Dio – spesso con la maliziosa esposizione, controllata da mamma, di gagliardi davanzali.
Era un mondo oggi del tutto incomprensibile ai giovani generazione Z, ma anche ai loro padri e madri nati nell’ultimo quarto del secolo passato: basta pensare che a Camerino nei pomeriggi di ottobre, fino agli anni ’60, la gente al calar del sole si riuniva alla Rocca per sentire dai corni quante palombe venivano conteggiate quel giorno da ogni posta, notizie che venivano riportate puntualmente dall’Appennino Camerte, e che erano la fonte di apprezzamenti, berline e risate su questo e su quello, tutti cacciatori molto noti in città e nel circondario (da lo conte Parisani a Peppì de Ciavò).
Va qui ricordato, senza nessuna nostalgia, perché ogni medaglia ha il suo rovescio, che la sera la famiglia, dai nonni ai più piccoli, si riuniva nella sala (termine ereditato dai longobardi per dire stanza delle riunioni) a parlare della giornata e di quella che sarebbe venuta, nel rispetto di una gerarchia non scritta ma consolidata, che imponeva il silenzio quando il più vecchio parlava, in quanto fonte di esperienza e saggezza (così San Colombano).
Questo avveniva in città, nei borghi e in campagna, sia nei saloni affrescati degli ultimi antichi palazzi, sia nelle case con tinello e contro tinello, sia negli stanzoni-cucina delle case coloniche; e protagonisti di rispetto anche cani e gatti, i primi preziosi e amatissimi ausiliari degli uomini di casa, i secondi per lo più amici delle donne spadroneggianti in cucina.
Un genere di vita attualmente impensabile, con la televisione che con i suoi mille canali offre partite ad ogni ora del giorno, anche negli orari in cui una volta si faceva cena; ed ognuno possiede il suo piccolo computer, tablet o smart, che mette a disposizione l’intero mondo in un attimo; quindi l’esperienza e i racconti dei vecchi non servono più, il sole può sorgere e crescere da destra a sinistra, le galline, le oche e le papere sono tutte uguali, il porco è il salame che si vende al Conad, le donne anziché sul sagrato vestite a festa e occhieggianti si offrono nude e molto dinamiche nei siti porno del piccolo schermo: oggi un bambino di cinque anni, non ben vigilato, è in grado di descriverti le più ardite pratiche sessuali che potresti immaginare.
Questi cambiamenti hanno inevitabilmente travolto ogni uso e consuetudine precedente, e anche la caccia non attira più se non pochi appassionati, una inarrestabile deriva destinata tra poco tempo a spegnersi, anche in ossequio alle crociate di animalisti e ambientalisti.
Predicano costoro: la caccia è innaturale violenza contro esseri viventi, che fanno parte della natura e come tali vanno protetti.
È un concetto nella sua essenza non impugnabile; ma senza entrare in logore polemiche circa i disumani allevamenti intensivi, dove dopo atroci sofferenze vengono giornalmente macellati migliaia di polli, maiali e bovini, in una tacita e comune accettazione, occorre anche ricordare che la natura ha nel suo corale respiro precise leggi, tese a dare regola al caos e riportare un necessario equilibrio.
Tale equilibrio coinvolge gli uomini, gli animali, le piante, l’acqua, il suo modo di aggregarsi e di scorrere, le nubi, i temporali, il mare, che ora è quieto e ora monta, e così via: in poche parole tutto ciò che siamo e che ci circonda.
Allora ecco che emerge l’esigenza di regolare il numero dei cinghiali e dei lupi, oggi divenuti predatori talmente arditi che scorrazzano tranquilli per le campagne e per le città, devastando campi coltivati ed entrando nelle ultime aie popolate dai piccoli animali da corte, e disfacendo l’immonda immondizia abbandonata a mucchi nelle strade urbane a causa di inefficienti servizi.
Ultima nota, dedicata all’uomo, animale tra gli altri.
Attraverso la ricerca, i farmaci, gli integratori, le diete, il movimento giornaliero, la fisioterapia, la palestra, le spa e, in genere, la vita più sana, l’aspettativa di vita si sta allungando, e alcuni parlano di un traguardo raggiungibile di 120 anni: così – facendo il calcolo medio di 30 anni tra generazione e generazione, potranno convivere, nello stesso spazio e nello stesso tempo, 5 generazioni, e cioè il vecchio di 120, il figlio di 90, il nipote di 60, il pronipote di 30 e il figlio di questi di mesi 1: e calcolando 4 soggetti maschi capaci di generare, un coniuge per ognuno e la media di due figli a testa, ogni famiglia sarebbe formata da 17 membri.
A fronte di ciò il problema sociale che si presenta è enorme, non occorrono spiegazioni per capire come tale sistema non sia sostenibile.
Un popolo, come racconta Erodoto, adottò una singolare soluzione, per mantenere l’equilibrio tra risorse e soggetti partecipi.
Ecco cosa scrive Erodoto nel IV secolo a.C.: quando uno di loro si ammala, uomo o donna che sia, viene ucciso; se è uomo, lo uccidono gli amici più intimi sostenendo che una volta consunto dalla malattia le sue carni per loro andrebbero perdute; ovviamente l’ammalato nega di essere tale, ma gli altri non accettano le sue proteste, lo uccidono e se lo mangiano. Se è una donna a cadere inferma, le donne a lei più legate si si comportano esattamente come gli uomini. Del resto, sacrificano chiunque giunga alla soglia della vecchiaia e se lo mangiano. Ma a dire il vero non sono molti ad arrivare a tarda età, visto che eliminano prima chiunque incappi in una malattia.
Ora, se a un eccesso di animali nocivi (vedi cinghiali) si provvede – per riequilibrare l’ecosistema – a organizzare squadre di cacciatori incaricate di eliminare gli esemplari in eccesso, privilegiando – a scalare – i soggetti più anziani, quali saranno i metodi applicabili per sfoltire la popolazione umana? E chi li deciderà? Non certo un comitato degli anziani, dei cosiddetti seniores, i quali sarebbero i primi a dover essere eliminati.
Ma l’uomo, che della sua intelligenza si fa un vanto, da millenni ha trovato la soluzione, attraverso il meccanismo che si chiama guerra.
Chi legge la storia sa che la guerra è un avvenimento continuo, intervallato da brevi ed instabili momenti di pace, durante i quali l’uomo ricostruisce le sue cose e i suoi servizi, per poi di nuovo abbattere ciò che ha costruito: nelle antiche battaglie, fatte di micidiali corpo a corpo, morivano migliaia di uomini in una sola volta, e le città venivano rase al suolo; ed oggi, con le armi sempre più sofisticate, più o meno i numeri sono gli stessi.
Ecco, l’uomo provvede così ad autoeliminarsi per sopravvivere, attraverso questi percorsi di dolore e di morte, un sistema di violenza e di esercizio del potere che potrebbe tranquillamente definirsi come “caccia all’uomo”.
Luciano Magnalbò, 5 aprile 1943, ariete con ascendente bilancia, avvocato, giornalista, scrittore e pittore, una moglie, due figlie, tre nipoti, olim senatore. Si occupa solo di diritto civile, si interessa di storia del territorio, ha scritto colorati articoli di costume per «Il Messaggero» di Macerata, due gialli scherzosi ambientati tra il Fermano e il Maceratese, una storia di famiglia in tre volumi ancora non data alle stampe, e vari testi di filosofia politica che tiene nel cassetto. Ama la campagna, il mare e le colline, in cui boschi e radure si rincorrono, e questo libro ne è la testimonianza; ritiene che il territorio dell’antico ducato di Camerino sia uno dei più suggestivi e pittoreschi delle Marche, e in quel contesto trovano spazio e sono ambientate alcune delle poste di palombe descritte e narrate. Ha passione per i motori e ha fatto tre Millemiglia storiche nella squadra Alfa Romeo. Partecipa a mostre d’arte con opere spesso provocatorie che tendono all’onirico e al metafisico, presenta qualche libro scritto da amici, e va quasi regolarmente alla messa. È consapevole di far parte del ciclo della natura: cadono le foglie, cade la luce, cade la notte, cadono gli uomini e le donne, il tutto per un destino già scritto e immodificabile. E vive serenamente aspettando il suo turno.
Luciano Magnalbò, 5 aprile 1943, ariete con ascendente bilancia, avvocato, giornalista, scrittore e pittore, una moglie, due figlie, tre nipoti, olim senatore. Si occupa solo di diritto civile, si interessa di storia del territorio, ha scritto colorati articoli di costume per «Il Messaggero» di Macerata, due gialli scherzosi ambientati tra il Fermano e il Maceratese, una storia di famiglia in tre volumi ancora non data alle stampe, e vari testi di filosofia politica che tiene nel cassetto. Ama la campagna, il mare e le colline, in cui boschi e radure si rincorrono, e questo libro ne è la testimonianza; ritiene che il territorio dell’antico ducato di Camerino sia uno dei più suggestivi e pittoreschi delle Marche, e in quel contesto trovano spazio e sono ambientate alcune delle poste di palombe descritte e narrate. Ha passione per i motori e ha fatto tre Millemiglia storiche nella squadra Alfa Romeo. Partecipa a mostre d’arte con opere spesso provocatorie che tendono all’onirico e al metafisico, presenta qualche libro scritto da amici, e va quasi regolarmente alla messa. È consapevole di far parte del ciclo della natura: cadono le foglie, cade la luce, cade la notte, cadono gli uomini e le donne, il tutto per un destino già scritto e immodificabile. E vive serenamente aspettando il suo turno.
Milena Santini nata a Fermo l’11 ottobre 1979, risiede a Porto Sant’Elpidio. Ragioniera con laurea in Conservazione e gestione dei Beni Culturali con indirizzo archivistico, presso l’Università di Macerata.
Dopo anni di esperienza in studi commerciali e di consulenza del lavoro ha iniziato la libera professione in servizi amministrativi alle aziende facendo consulenza a importanti società di servizi archivistici.

