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Codice: 9788879696180

 Accademia del sonetto

Universi

 

Caratteristiche del volume:

Ft. 150x240mm; 2025, 140 pp., brossura

€ 15,00

 

 

L’Accademia del Sonetto si è costituita a Fermo a febbraio del 2024 tra alcuni verseggiatori del territorio, accomunati dal fatto di scrivere prevalentemente, o esclusivamente, in questa forma poetica antica di 800 anni eppure sempre attualissima. Giovanni Zamponi e Paolo Marconi hanno raccolto l’adesione di Riccardo Castagna, Piero Marconi, Marco Pazzelli, Andrea Rocchetti, Lando Siliquini e Riccardo Treggiari per un progetto di valorizzazione della poesia in metrica – e del sonetto in particolare – che ha da subito riscosso un interesse insperato: numerose le manifestazioni pubbliche in cui i componenti dell’Accademia sono stati invitati a proporre le proprie produzioni, e seguiti con attenzione gli approfondimenti nelle scuole e agli appassionati di scrittura poetica.

Questo volume, il primo di quella che si prospetta come una possibile serie di pubblicazioni, contiene una dozzina di componimenti per ogni membro dell’Accademia: otto ‘universi di versi’ che hanno in comune l’impiego, rigoroso e il più possibile non gratuito, di una forma poetica intramontabile.

 

Il sonetto fu creato nel 1200, agli albori della lingua italiana: e quell’invenzione, attribuita al “notaro Jacopo da Lentini”, dalla Scuola siciliana in cui nacque si diffuse presto al movimento – il Dolce Stil Novo – che a cavallo tra Duecento e Trecento si sviluppò tra Bologna e Firenze, annoverando tra gli altri un certo Dante Alighieri. Due strofe da quattro versi (quartine) e due da tre (terzine), con rime quadruple nelle quartine e triple, oppure a due, nelle terzine. E come versi, quasi immancabilmente, i più italiani di tutti, gli endecasillabi, che come suggerisce la parola sono composti da undici sillabe (sillabe metriche, che possono non coincidere perfettamente con quelle grammaticali): dunque ogni sonetto, considerato che i versi sono in tutto 14, è composto da 154 sillabe, non una di più non una di meno, nelle quali deve stare, in modo musicale e ordinato, tutto quello che l’autore ha da dire, da raccontare.

È una struttura che molti poeti della nostra lingua hanno utilizzato, e si è diffusa anche nelle letterature di altri paesi, tra cui l’Inghilterra elisabettiana di Shakespeare e altri autori, artefici di un adattamento che costituisce tuttora una delle principali varianti di questa forma: sempre 14 versi, ma suddivisi in tre quartine – con rime che non si ripetono da strofa a strofa – e una coppia di versi (un distico) finale. Giovanni Zamponi e Lando Siliquini, tra noi, ricorrono piuttosto spesso a questa struttura, che utilizza anche Marco Pazzelli in sonetti provvisti di una ulteriore particolarità: l’impiego, anziché di endecasillabi, di versi più brevi come il novenario (di nove sillabe) e il senario (di sei), alternati tra loro a creare un incedere di grande musicalità. Pure l’aggiunta di alcuni versi ulteriori – di solito due – costituisce una variante, quella del sonetto caudato (cioè con una cauda, una coda), che taluni di noi adoperano.

È tuttora attualissimo, il sonetto, in questa contemporaneità frettolosa e superficiale cui è particolarmente congeniale la sua concisione, assieme all’efficacia di un’architettura che ha anche valenza oratoria, retorica, con il progressivo accentuarsi della stringatezza in un climax capace di suscitare crescente coinvolgimento. 

Si presta a una grande varietà di contenuti, da quelli più lirici a quelli ironici o addirittura comici, passando per quelli di una rapida narrazione, o di una descrittività quasi giornalistica; e ha pari efficacia con l’italiano e con il dialetto, ogni linguaggio riuscendo a esaltarne un carattere, che nel caso della parlata popolare risulta particolarmente diretto e spesso divertente. (Paolo Marconi)


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